Organizzazione e cambiamento

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Oggi Una cosa alla volta compie un anno. Nelle ultime settimane ho riflettuto su questi dodici mesi di attività come professional organizer e, soprattutto, sul blog: su quanto mi diverta scriverlo, su quanto sia utile a chi lo legge. E, al di là dei bilanci (che tutto sommato sono positivi), ho capito che il blog aveva bisogno di qualche cambiamento.

Così, anziché aggiornarlo con nuovi post, mi sono dedicata al suo rinnovamento. Volevo che tra i post ci fosse un filo conduttore più visibile, volevo condividere con lettrici e lettori riflessioni di più ampio respiro senza essere costretta a comprimerle nei limiti del singolo post. Perciò ho pensato di dedicare ogni mese a un argomento legato all’organizzazione, da approfondire in diversi post.

L’obiettivo resta quello di offrire a chi legge consigli e riflessioni sull’organizzazione personale che siano realmente utili nella vita quotidiana, personale e professionale. Per riuscirci ho bisogno anche del vostro aiuto, sotto forma di commenti, messaggi (anche su Facebook) e qualunque altro segnale vogliate mandarmi. Fatevi sentire!

Questo mese, forse spinta dal desiderio di rinnovare il blog, ho deciso di dedicarlo proprio al tema del cambiamento.

Il cambiamento è l’unica costante

La vita, la natura, la materia: tutto cambia, tutto è soggetto a mutamenti continui.

Cambiamo noi passando da un’età all’altra, attraversando gioie e difficoltà, abbracciando nuovi desideri e nuovi progetti.

Cambiano le circostanze, cambia il contesto più immediato in cui ci troviamo a vivere: il nostro quartiere si trasforma perché apre un nuovo centro commerciale o viene risanata un’area verde, il nostro lavoro cambia pelle a causa di ristrutturazioni aziendali, nuovi capi, nuove procedure…

Cambiano le persone intorno a noi: i figli crescono, i genitori invecchiano, gli amici prendono nuove strade. E anche l’inevitabile e dolorosa perdita di una persona cara, con il faticoso lutto che ne consegue, comporta un cambiamento profondo nella nostra vita.

Infine, cambia il mondo intorno a noi: dalla tecnologia alla politica, dall’industria culturale ai cambiamenti climatici, dai conflitti e dalle guerre alle metamorfosi del tessuto sociale – il contesto più ampio, globale, quello su cui meno abbiamo presa a livello individuale, cambia sotto i nostri occhi e influenza i nostri comportamenti e il nostro immaginario.

Affrontare il cambiamento è difficile

Tuttavia, benché sia una delle poche cose certe della vita, il cambiamento è faticoso. Lo è quando lo subiamo, ovviamente, ma anche quando siamo siamo stati noi a volerlo. Per esempio, abbiamo tenacemente perseguito una svolta nella nostra vita lavorativa – come il passaggio dal lavoro dipendente a quello freelance – ma siamo in difficoltà rispetto ai nuovi ritmi e alle nuove responsabilità.

Oppure, abbiamo desiderato a lungo di andare a vivere con la persona amata, ma poi la presenza costante dell’altro e l’obbligo di riplasmare la vita quotidiana ci fanno impazzire. E non necessariamente perché la scelta della convivenza è stata uno sbaglio: può essere soltanto una banale conseguenza della difficoltà di affrontare questo cambiamento.

Il peso delle abitudini

Ma perché il cambiamento è così difficile?

La prima ragione, credo, è che siamo creature fondamentalmente abitudinarie. Tendiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto, a pensare sempre allo stesso modo, a ripercorrere tante e tante volte il sentiero che conosciamo già, fino a scavare il terreno con i nostri passi.

Il che, naturalmente, non è di per sé un male. Se non avessimo le nostre abitudini – sia di comportamento che di pensiero – ogni giornata sarebbe la faticosissima sommatoria di un’infinità di decisioni da prendere, ogni volta come se fosse la prima.

Ma l’utilità pratica delle abitudini viene meno quando si tratta di affrontare il cambiamento, una circostanza nella quale è invece essenziale inventare nuovi comportamenti e pensare in modo nuovo.

Mancanza di consapevolezza…

A volte il problema ha radici ancora più profonde: non riusciamo ad affrontare il cambiamento perché non lo abbiamo capito – nei casi più estremi, non abbiamo capito che c’è stato un cambiamento.

Spesso la realtà non è facile da decifrare: è il caso dei cambiamenti lenti ma capaci di cambiare la sostanza delle cose, come quello accaduto negli ultimi decenni nel mondo del lavoro. Per la generazione dei miei genitori, bastava un titolo di studio e la voglia di darsi da fare per trovare un buon lavoro, stabile e dignitoso, mentre oggi queste due condizioni non bastano più. I trentenni di oggi sono cresciuti con questa consapevolezza, mentre molti cinquantenni che hanno perso il lavoro di recente hanno dovuto fare la doppia fatica non solo di inventarsi qualcos’altro, ma di dover capire tardivamente come il mondo del lavoro fosse cambiato.

La mancanza di consapevolezza può derivare non solo da informazioni poco aggiornate, ma anche dalle nostre resistenze psicologiche: non vediamo perché non vogliamo vedere, perché il cambiamento ci fa paura, perché ci mette in crisi, perché magari siamo rimasti un po’ infantili.

Quel che è certo è che, se il cambiamento non lo capiamo, non lo interpretiamo correttamente, non lo accettiamo, difficilmente riusciremo ad affrontarlo e ancora meno a viverlo come un’opportunità di crescita e di scoperta.

…e di risorse

I cambiamenti possono essere difficili anche perché non abbiamo le risorse necessarie. Potrebbero mancarci le conoscenze adeguate: per esempio, nel nostro lavoro cambia qualche procedura che richiede competenze o informazioni che non abbiamo, e che addirittura non sappiamo di dover avere, e questo ci mette in difficoltà.

Potrebbero mancarci le risorse materiali, il denaro per far fronte al cambiamento; addirittura, potrebbe essere stato proprio il cambiamento a privarci delle risorse che ci servirebbero per affrontarlo: è il caso delle catastrofi – naturali o meno – che privano le persone di tutto quello che hanno, inclusi mezzi per rialzarsi e ricominciare.

Ovviamente, il problema della mancanza di risorse è più frequente quando il cambiamento in questione ci viene imposto, ma può succedere anche quando siamo stati noi a volerlo. Non è un paradosso, ma la conseguenza del quarto fattore che rende difficile affrontare il cambiamento: una cattiva organizzazione.

Organizzare il cambiamento

Una frase erroneamente attribuita a Charles Darwin, grande naturalista e padre fondatore dell’evoluzionismo, recita: “Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento.” Per fortuna, non c’è bisogno di essere seguaci del darwinismo sociale per constatare che i cambiamenti possono avere conseguenze gravissime sulla vita delle singole persone, nonché per intuire che il modo con cui si reagisce ai cambiamenti potenzialmente letali è decisivo per la sopravvivenza.

Ma qual è questo modo? Qual è la reazione più adeguata per affrontare un cambiamento, piccolo o grande che sia? La risposta è intuitiva, forse persino banale: identificare il cambiamento, valutarne le conseguenze, capire cosa fare, stabilire un piano d’azione, metterlo in pratica.

Il che, in altre parole, significa una cosa ben precisa: organizzarsi. Una buona organizzazione personale è essenziale per gestire i cambiamenti – per reagire in modo adeguato quando li subiamo, per crearli quando li desideriamo, per portarli avanti quando li abbiamo realizzati.

I prossimi post saranno dedicati al rapporto tra organizzazione personale, consapevolezza e cambiamento, a come organizzare i cambiamenti che desideriamo e a come organizzarci di fronte ai cambiamenti che non abbiamo voluto. Se non volete perdervi nessun post, iscrivetevi al blog tramite il modulo in fondo alla pagina.

Infine, per concludere al meglio questo post di compleanno del blog rimanendo in tema di cambiamenti, vi lascio con la meravigliosa Changes del meraviglioso David Bowie.

2 Comments

  1. Flaminia ha detto:

    Brava Cris ottimo post
    😘

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