Quando la vita picchia duro: organizzazione e resilienza

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I cambiamenti che non dipendono da noi

Se creare un cambiamento può essere una delle cose più entusiasmanti della vita, subirlo è molto più problematico, soprattutto se si tratta di un cambiamento improvviso. Naturalmente non sto parlando dei colpi di fortuna, ai quali ci abituiamo abbastanza bene, ma alle avversità che talvolta la vita ci impone: da una separazione non voluta alla perdita del lavoro, da una diagnosi preoccupante alla perdita di una persona cara, fino alle vere e proprie catastrofi in cui molte persone si trovano purtroppo coinvolte.

Si tratta di eventi profondamente diversi tra loro, che richiedono risposte differenti e che in alcuni casi richiedono interventi specifici e complessi. Di comune, hanno la brutta caratteristica di fare danni e creare problemi, innanzitutto sul piano pratico: un’improvvisa mancanza di soldi, uno stato di salute precario, l’incertezza su dove e come vivere, la necessità di concentrare attenzione ed energie sulle conseguenze della catastrofe a scapito degli altri aspetti della vita, lo scompiglio della vita quotidiana e dei suoi ritmi…

Ovviamente tutto ciò ci sconvolge anche a livello emotivo: senso di impotenza, frustrazione, ansia, rabbia e dolore sono le emozioni più comuni quando siamo colpiti dalle avversità. E più sono gravi i problemi pratici, più sarebbe importante recuperare una certa stabilità emotiva che ci permetta di analizzare la situazione e capire come reagire.

Reagire: la resilienza e le sue alleate

La parola resilienza, nata per indicare la capacità dei materiali di resistere alla rottura, in senso psicologico indica invece la “capacità di reagire di fronte a traumi, difficoltà ecc.”: una qualità fondamentale per affrontare le avversità, insomma.

In alcune persone la resilienza sembra una qualità innata; il giornalista Mario Calabresi, nel libro La fortuna non esiste. Storie di uomini e donne che hanno avuto il coraggio di rialzarsi, racconta le bellissime storie di gente così. Ma per tanti altri rialzarsi è un’operazione faticosissima, che non sempre riesce.

Nella mia personale esperienza, la resilienza si è rivelata una capacità forse non tanto spiccata all’inizio, ma migliorabile grazie a un costante esercizio di consapevolezza e a una buona dose di organizzazione personale.

Quando la vita picchia duro, a volte l’ostacolo più grande è che non ci rendiamo conto fino in fondo di cosa sta accadendo: conviene partire da questo presupposto e sforzarsi di comprendere e accettare la realtà – capire esattamente cosa è successo, prevedere ragionevolmente cosa succederà dopo, identificare gli elementi in gioco, individuare le possibili soluzioni ecc. Una cosa particolarmente difficile, ma in alcuni casi decisiva, è riuscire a capire quando è il momento di lasciar andare qualcosa, o qualcuno: in fondo, è in questo che consiste l’elaborazione di un lutto – reale o simbolico che sia.

Quanto all’organizzazione, per me si è rivelata una risorsa importante per affrontare qualunque cambiamento, e a maggior ragione quelli di segno negativo. È grazie a un approccio organizzativo che riusciamo a trasformare i problemi in progetti, con piani per l’azione e obiettivi chiari. Inoltre l’organizzazione può essere anche uno strumento per aumentare la consapevolezza.

Consapevolezza e organizzazione, le due grandi alleate della resilienza, hanno la capacità di alimentarsi a vicenda, creando un circolo virtuoso che può aiutarci a reagire alle avversità, ad affrontare i problemi pratici e a ristabilire l’equilibrio emotivo necessario per rimetterci in piedi.

Organizzare la resilienza

Ok, l’evento disgraziato c’è stato. Ci dibattiamo nell’ansia e nel dolore, nella frustrazione e nella rabbia; forse non sappiamo dove passeremo la notte o come ci compreremo da mangiare. Probabilmente non siamo soli: abbiamo la responsabilità di altre persone e, d’altro canto, sappiamo di poter contare sull’aiuto di altri.

Per quanto catastrofica possa essere la nostra situazione, appena l’emergenza lo consente facciamo un bel respiro, prendiamo carta e penna (o lo smartphone, o quel che c’è) e cominciamo a reagire. Ovvero, a organizzarci. L’obiettivo è visualizzare la situazione nel suo insieme, individuando sia tutto ciò che ci preoccupa, sia le possibili vie d’uscita e le risorse di cui disponiamo.

Per prima cosa, buttiamo giù una lista dei vari aspetti da considerare, che servirà da traccia nella fase successiva. Per esempio:

  • conseguenze dell’evento a breve e lungo termine

  • programmi da modificare

  • risorse

  • questioni urgenti

  • persone da sentire

Dopodiché, tenendo d’occhio la traccia, cominciamo a scrivere tutto quello che ci viene in mente. Possiamo scegliere qualunque forma grafica (liste, schemi, mappe mentali ecc.) o supporto materiale (cartaceo o digitale); l’importante è che, in un momento già abbastanza difficile di suo, non ci complichiamo la vita con oggetti che non ci risultano familiari e facili da usare.

Se, per esempio, il nostro problema è che ci ritroviamo da un giorno all’altro senza lavoro, potremmo buttare giù una serie di punti come questa:

  • controllare il conto in banca e calcolare l’eventuale autonomia finanziaria

  • controllare bollette e pagamenti in scadenza
  • aggiornare il curriculum

  • individuare persone e aziende a cui chiedere lavoro

  • avvertire il padrone di casa di un possibile ritardo nel pagamento dell’affitto

  • disdire abbonamenti e spese fisse superflue

Non fermatevi di fronte a niente e non trascurate le idee apparentemente più peregrine: soprattutto nelle emergenze, pensare in modo creativo e imboccare strade mai percorse prima è fondamentale. Potrebbero venirvi in mente cose come aprire un gruppo su Facebook in cui invitare i contatti che potrebbero essere d’aiuto, o avviare l’attività a cui pensate da sempre senza avere mai avuto il tempo di lavorarci davvero.

Conclusa questa fase, avrete sotto gli occhi una sorta di fotografia della situazione. Una situazione problematica, certo, e forse molto grave; ma il fatto di poterla visualizzare nel suo insieme dovrebbe ridarvi un senso di controllo che vi aiuterà a mitigare l’ansia e la preoccupazione.

Ma non potete fermarvi qui: è ora di passare all’organizzazione vera e propria e, come accennavo sopra, di trasformare il vostro problema in un progetto.

Riprendete la vostra “fotografia” (o lista, o schema, o mappa mentale), esaminate uno alla volta tutti gli elementi che avete annotato e decidete cosa farne.

È una singola cosa da fare? Decidete quando e come farla; se potete, fatela subito, altrimenti inseritela in una to do list. È un punto che contiene in realtà azioni diverse? Scomponetelo e procedete come sopra. Insomma, si tratta di trasformare tutti gli elementi della “fotografia” in azioni singole e concrete che, una dopo l’altra, vi avvicineranno all’obiettivo fino a raggiungerlo – in questo caso, ricominciare a lavorare.

Certo, quando la situazione è veramente dura la strada per uscirne rischia di essere lunga e tortuosa: può darsi che alcune azioni si rivelino inutili, e forse dovrete aggiornare più volte la “fotografia” e le liste di cose da fare. Ma è anche possibile che la tigna di cui avete dato prova reagendo e organizzandovi vi metta di fronte a un evento imprevisto, stavolta di segno positivo, a un colpo di fortuna.

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